Il corpo contemporaneo

Posted on ottobre 19, 2012

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Chain Sculptures, Seo Young Deok

Ah, il corpo umano! Oggetto di studio da svariati millenni: medici, pittori, perfino inventori (ricordate Leonardo da Vinci?) si sono buttati a capofitto nelle analisi di questa splendida macchina. L’arte ha da sempre fatto la sua parte: dai graffiti a stecco delle caverne, passando per lo scultoreo David di Michelangelo, fino ad arrivare alle sconnesse Demoiselles d’Avignon del prode Picasso. E oggi? Come è rappresentato oggi il corpo umano nell’arte contemporanea? Impossibile dare una risposta esauriente, ma, con un po’ di fortuna, un pizzico di attenzione e qualche ricerca originale,  si possono tirar fuori esempi interessanti.

Incatenato. Il primo riguarda l’artista coreano Seo Young Deok, famoso per le sue sculture umane interamente fatte di catene. Teste singole, braccia, figure intere: il repertorio dell’asiatico è estremamente variegato; tutte le sue strutture sono realizzate sovrapponendo e attorcigliando quei tentacoli ferrosi che rappresentano (nel gergo comune) l’assenza di libertà. Una libertà che sembrano non trovare le sculture stesse: le espressioni dei visi sono cupe, gli occhi appaiono sbarrati e la staticità delle figure sembra riprendere l’immobilità della prigionia. A volte vi sono busti senza testa, quasi a simboleggiare la perdita dell’intelletto in un mondo che ci rinchiude all’interno di prigioni che assumono connotazioni diverse di volta in volta (le convenzioni? Le regole? Il lavoro?). Emerge guardando le opere il peso di una società che appare oppressiva, che limita e condiziona le scelte dell’individuo. Un individuo non più incatenato dall’esterno, ma dall’interno, una costrizione mentale e interiore prima che fisica. E così, mentre i prigionieri del passato venivano ammanettati, ma mantenevano il loro corpo di carne e ossa, gli individui moderni sono costretti alla resa totale: quella in cui le catene divengono la loro stessa essenza.

Another Place, Antony Gormley

Ambientato. Il secondo caso riguarda invece l’architetto britannico Antony Gormley. Le sue sculture umane non sono autoreferenziali, ma esistono in funzione dell’ambiente circostante. Tra le sue opere più celebri troviamo l’installazione Another Place: una serie di figure di ferro sono state posizionate dall’artista su una spiaggia vicino Liverpool, tutte con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte. L’uomo unito al paesaggio. Dalla stessa opera emerge un’altra delle caratteristiche principali della poetica di Gormley: il tema della folla. Nelle sue opere la figura umana non è mai in solitaria, ma sempre affiancata da altre, che siano esse su una distesa di sabbia o rinchiuse in un ambiente ristretto (come nel caso dell’esercito di terracotta, Field for the British Isles). L’esperienza del vissuto va quindi vista come collettiva e non singolare. Di grande impatto anche Blind Light , dove la persona reale diventa oggetto dello studio: l’opera consiste infatti un una camera riempita di vapore, dove i visitatori entrano e ne sono avvolti, la visuale diventa appannata, si perde l’orientamento e si sente freddo e disagio. Quando non si vede l’altro, insomma, l’unica condizione che si può provare sembra essere il dolore.

Human Motions, Peter Jansen

Velocizzato. L’ultimo artista della nostra singolare rassegna è Peter Jansen. Nelle sue opere, Human Motions, ciò che emerge è il movimento: le sculture umane sono realizzate come se fossero in moto, un insieme di istantanee fotografiche colte a poca distanza l’una dall’altra e trasportate nella terza dimensionegrazie all’ artista. Il concetto stesso di scultura viene quasi a decadere: l’immobilità viene ribaltata, la figura sembra uscire dal torpore e muoversi come mai aveva fatto fino a quel momento. La velocità diventa l’elemento cardine: solo il corpo in moto è un corpo vivo, mentre quello statico, invece, non ha speranza. Che sia il segno feroce e crudele della flessibilità dei nostri tempi?

Articolo scritto per FLM il 16/7/2012 e consultabile anche qui

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Posted in: Arte, Articoli