Andrew Miller: come ti uccido il brand

Posted on ottobre 19, 2012

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Starbucks

Nel mondo odierno siamo sommersi dalle pubblicità. Si inseriscono nel momento topico della partita della tua squadra del cuore, oscurano il sole tramite giganteschi cartelloni in una giornata estiva, escono come piccoli topi quadrati a mo’ di inserzione nelle pagine dei giornali. La legge del brand, che deve promuoversi in ogni dove, è terribilmente crudele. Due le soluzioni possibili: ci si può arrendere a tutto questo, ragionando sul fatto che poi tutto sommato queste pubblicità ovunque non cambiano la nostra vita, oppure si può reagire, cercando di arginare, in maniera più o meno esplicita, il fenomeno. Il designer Andrew Miller ha scelto, più o meno consapevolmente, la seconda via. Ed ecco quindi la nascita del progetto Brand Spiritcento oggetti, la maggior parte provenienti da marche ultrafamose, sono stati completamente de-brandizzati, colorati di bianco, spogliati della loro parte esteriore e pubblicitaria e ricondotti alla semplice e pura essenza. Quella di essere dei meri oggetti di uso quotidiano e non più delle icone di stile. Ecco quindi la Red Bull, che senza i suoi tori rossi diventa una semplice lattina, il bicchiere di Starbucks privato della sua musa in primo piano, l’omino della Lego senza il suo volto giallo e sempre sorridente.
Tutti completamente bianchi, accomunati dalla perdita di quel Velo di Maya che li ha avvolti per molto tempo, rendendoli oggetti di consumo al servizio del brand, al servizio della pubblicità, alla mercé del profitto.

McDonald’s

Miller libera gli oggetti dalla loro prigione riportandoli alle loro origini. La scelta del bianco, colore della purezza per antonomasia, indica la volontà dell’artista di far compiere ai suoi oggetti un cammino di redenzione attraverso un purgatorio che, man mano che si sale, rende la cosa meno vicina al denaro e più a contatto con l’umanità. L’effetto che si crea nello spettatore è però straniante, e la battaglia del designer non è vinta del tutto: la mente umana, bombardata quotidianamente dalle immagini dei brand, riconosce spesso il marchio anche se il tutto è dipinto. La redenzione oggettuale non è quindi accomunata in toto da quella soggettuale, ben più importante, che dovrebbe avvenire nella mente di chi guarda. Miller ha però tracciato una strada, e in questo sembra riprendere il celebre artista britannico Banksy, che, scagliandosi provocatoriamente contro i pubblicitari, affermava: “Vaffanculo. Qualsiasi annuncio in uno spazio pubblico che non ti da diritto di replica, è tuo. Lo puoi prendere, ri-organizzare e riutilizzare. Puoi farci quello che vuoi”. E così, mentre Banksy si scaglia contro gli annunci, Miller se la prende coi brand. Li riorganizza, li purifica, li libera. Nella speranza di liberare, in futuro, anche noi. O no?

Articolo scritto per FLM il 18/6/2012 e consultabile anche qui

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