Chiude la libreria, al suo posto l’Apple store

Posted on ottobre 1, 2012

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C’è una città in Italia dove chiude una libreria storica, lasciando (o quasi) il posto ad un Apple store. E’ forse paradossale che la città in questione sia Firenze, quella stessa città il cui sindaco si batte da mesi per la “rottamazione”, per l’avanzata del nuovo.
Accade alla libreria Edison, situata a non troppa distanza da Palazzo Vecchio, nel cuore del capoluogo toscano, che sarà sfrattata dalla sua locazione. La Effecom (appartenente al gruppo Feltrinelli) ha infatti rilevato ben sette anni fa la società proprietaria dell’immobile dove fino ad oggi la Edison ha svolto la sua attività. Il vecchio contratto d’affitto è scaduto ieri, e la vecchia libreria sarà quindi costretta a smontare baracca e chiudere i battenti. A meno di colpi di scena la nuova società ha intenzione di stanziare una parte dell’edificio in questione per la creazione di un Apple Store.
Saranno contenti i seguaci di Steve Jobs (tra cui proprio il sindaco oggi candidato alle primarie del centrosinistra), un po’ meno i nostalgici della cultura e del libro, che si vedono rimpiazzati il cantuccio di una vita da poeti e sognatori con il moderno baraccone dei fanatici dell’app. Poche sono le chanches che qualcosa cambi nei prossimi mesi.

Eh si, perché oramai il nuovo è arrivato, (o sta arrivando), rappresentato brillantemente dalla compagnia della mela, che accalca persone in file chilometriche per un nuovo telefonino, per un nuovo iPad, per una nuova invenzione. Che fagocita il tempio della cultura, sostituendolo con gli idoli del consumismo.
Questa storia ci insegna che non è più il tempo del libro, forse. Va rottamato anche lui. Quell’insieme di fogli di carta che da secoli accoglie scrittori geniali e timide matricole, lettori appassionati e semplici passanti, ha finito il suo tempo.
Va rottamato perché è vecchio, e non ne abbiamo più bisogno. Va rottamato perché attaccato al potere da troppo tempo, perché la sua parabola è discendente, perché è arcaico, e noi siamo l’Italia moderna, quella senza pesi inutili che frenano il futurismo del progresso. Noi siamo l’Italia del conflitto tra vecchio e nuovo. Con questi ultimi che assumono, inspiegabilmente, un valore diverso, che mai nessun dizionario ha espresso, ma che è opinione comune nei cuori delle generazioni odierne: il nuovo è bello, il vecchio è brutto.
E allora chissà, tra qualche anno quando Renzi magari sarà premier e avrà rottamato tutto, se la gente saprà ancora chi è stato Ulisse, in che città è fuggito Mattia Pascal, quante donne ha avuto Andrea Sperelli. Ma non preoccupatevi: gli individui post-rottamazione saranno dei geni di Angry Birds. Serve altro?

 

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