Tra l’incudine e il martello

Posted on maggio 6, 2012

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Articolo scritto per Fuori le Mura il 12/3/2012 e consultabile anche qui

Mitt Romney

Spero di avere al mio fianco Dio, ma devo avere il Kentucky.” L’importanza che Abramo Lincolndava al piccolo stato cuscinetto durante la guerra di secessione è più o meno la stessa che oggi i candidati repubblicani in corsa per le primarie danno all’Ohio. Perlomeno a livello scaramantico: fino ad ora nessun esponente del partito dell’elefantino ha mai ottenuto la nomination per la Casa Bianca senza la conquista dello stato chiave del Midwest. E questa sembra essere l’unica notizia positiva per Mitt Romney nella settimana del post-Super Tuesday. Lo scorso martedì infatti quella che doveva essere la definitiva consacrazione per il più serio candidato al ruolo di anti-Obama si è invece rivelata una vittoria incompleta. Il  miliardario mormone ha avuto la meglio in 6 dei 10 stati in cui si è votato per le primarie (strappando di un soffio il tanto agognato Ohio, oltre a Virginia, Vermont, Alaska, Idaho e Massachusetts) mentre allo sfidante più accreditato, il conservatore Rick Santorum, ne sono andati 3. Nell’ultimo, la Georgia, la vittoria è invece andata all’altro outsider Gingrich. La conta ufficiale dei delegati vede adesso  in vantaggio l’ex governatore del Massachussets con 364 delegati, con lo sfidante di origini italiane fermo a 164 (1144 il numero magico necessario per affrontare Obama a novembre).

Rick-Santorum

Romney ha vinto, ma non convinto. Il vantaggio nei delegati appare buono, e probabilmente il ricco magnate riuscirà alla fine a strappare la candidatura nelle successive tornate elettorali. Ma quel che ora politicamente conta è che la “mazzata” non c’è stata. Niente colpo del KO e avanti coi round, nella speranza di non dover arrivare logori al quindicesimo, a pochi mesi dalla durissima lotta che si prospetta contro l’uomo dello “Yes we can”. Per il momento Santorum regge, e la cosa appare incredibile se si confronta l’enorme disparità di forze messe in campo: i milioni dell’uno (appoggiato anche dai piani alti del partito) contro i pochi mezzi (e la tanta “fede”) dell’altro. Lo scontro fratricida preoccupa non poco l’enstabilishment repubblicano, convinto che una lunga guerra intestina non possa far altro che favorire i democratici.

Famiglia di Romney sbaglia formare il suo nome: per ironia della sorte esce “money”

Il problema vero è che Romney non è ancora riuscito a dare alla sua immagine quell’alone di credibilità e autorevolezza necessario per presentarsi come l’unico in grado di competere con Obama per il posto da presidente. Che poi è vero: per varie ragioni (potere, esperienza, gradimento nelle alte sfere del partito), Romney è l’unico che può battere l’attuale presidente. Ma non lo dà a vedere. L’exploit del movimento del Tea Party ha infatti avuto, nei mesi precedenti mesi, l’effetto di spostare una buona fetta di elettori repubblicani verso posizioni “estremiste”, che sicuramente meglio si coniugano a quelle del cattolico anti-abortista e ultra-conservatore Santorum che a quelle del miliardario (alias salvatore di imprese) “moderato” Romney. La difficile coesistenza delle due anime all’interno del partito repubblicano pone Mitt nella intricata situazione di dover dare un colpo alla botte (estremista) per togliere voti a Santorum e avere la strada spianata per la nomination, e uno alla moglie ubriaca (moderata) in vista della possibile competizione con Obama. Si sa infatti (analisti politici docent) che negli Usa per la vittoria finale la conquista del “centro” e del “ceto medio” sono fondamentali. Tanto che i sondaggisti son tutti concordi nell’affermare che un’eventuale vittoria alle primarie di Santorum (di cui tutto si può dire, men che sia moderato) consegnerebbe de facto il paese nelle mani dei democrats.

L’assenza di una precisa identità da parte di Romney è stata inoltre sciaguratamente coniugata con una serie di gaffes che ne hanno minato la credibilità . La frase sui licenziamenti, anche se fraintesa, non poteva essere adatta ad un contesto come quello di crisi economica che il paese sta attraversando, così come la spocchia usata nel descrivere le automobili lussuose possedute a fronte di una nazione costretta invece ad arrancare. Celebri anche le sue frasi sui poveri che “non interessano” ,che danno l’idea di un uomo sì ricco e potente, ma forse troppo lontano da quei ceti medio-bassi che maggiormente si sentono schiacciati dal momento di difficoltà mondiale.

La strada appare in salita per Romney. Che ora si ritrova tra l’incudine e il martello. Tra centristi ed estremisti. Tra Santorum e Obama. Tra grandezza di nome e gaffes di fatto. Rischiando di fare, a furia di stare in mezzo, la non gloriosa fine dell’asino di Buridano.

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Posted in: Articoli, Politica