Come ti scopro Miró

Posted on maggio 6, 2012

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Articolo scritto per Fuori le Mura il 2/4/2012 e consultabile anche qui

Senza Titolo, 1978

A pochi passi da Piazza Navona, tra scorci di case antiche e alberi penduli dalle finestre, si trova il Chiostro del Bramante, costruito dall’omonimo artista agli inizi del ’500. Dal 16 Marzo la struttura è diventata la dimora di uno dei grandi maestri del surrealismo novecentesco: Joan Miró. E’ infatti in esposizione in questi giorni e fino al 19 giugno la mostra Miró – Poesia e luce, organizzata da Arthemisia Group, 24 ORE Cultura – Gruppo 24 Ore e DART Chiostro del Bramante e curata da María Luisa Lax Cacho. Le ottanta opere presenti nelle nove sale allestite sui due piani del Chiostro si propongono di mostrare l’esperienza pittorica di Miró lungo le differenti fasi della sua produzione.

Tre le correnti artistiche che hanno influenzato quest’ultima: il dadaismo, con i suoi elementi rozzi e l’assenza apparente di significato, l’espressionismo astratto, con le colate di colore direttamente sulla tela e l’arte orientale, a cui Miró ruba il valore del vuoto e la presenza della linea nera.
L’espressionismo astratto di matrice americana è ben visibile sin dalle opere delle prime sale. In particolare in uno dei numerosi Senza Titolo non son quasi presenti passate normali nella parte superiore: vere e proprie secchiate di colore inondano la tela diventandone parte. Ambigua, ma comunque parte. Ultima la macchia bianca, che sembra ergersi solitaria contro un mostro nero fatto di gorghi e tentacoli che cercano di avvolgere una luce che invece splende titanica e libera.

Sketch for Harkness Commons, Harvard University

Proseguendo nel percorso della mostra si entra nella sala degli schizzi per le pitture murali, dove è possibile ammirare lo splendido Sketch for Harkness Commons, Harvard University. Nel bozzetto preparatorio cominciano a vedersi le prime figure che saranno poi caratteristiche dell’intera produzione di Miró.Personaggi astratti, mostri naif e allo stesso tempo misteriosi, provenienti da un mondo cerebrale di cui solo l’autore conosce il reale significato. Compare qui anche l’asterisco, la stella, altro simbolo preminente nell’arte di Miró, unica guida in in mondo dove le direzioni, lo spazio e il tempo si perdono inesorabilmente.

Sketch for Harkness Commons, Harvard University

L’arte orientale è invece presente nella sezione dedicata ai dipinti monocromi, dove la predilezione per il tratto nero e la presenza di zone completamente bianche e vuote profumano di Giappone, paese visitato dallo stasso Miró nel 1966 e nel 1969. Spostandosi nel piano superiore della mostra, oltre al dadaismo presente in Personaggio, uccelli, dove legni, carta e chiodi arrugginiti fanno da contorno ad una tela dove il dipinto conta solo in parte, la parte più suggestiva è sicuramente lo Studio Sertuna riproduzione con materiale originale dello studio che fu del pittore spagnolo. Le opere e gli oggetti immergono il visitatore in un mondo diverso, lo avvicinano all’artista attraverso il profumo dei colori, la vista della tavolozza e quell’atmosfera di lavoro e sudore che deve aver accompagnato Miró durante tutto il corso della sua esistenza. Non manca infine lo spazio per le sculture in bronzo, dove il realismo scompare dando vita a forme astratte e composizioni surreali, come accade con L’equilibrista, dal corpo deformato, smembrato e rimodellato in un stabile fragilità.

La mostra, in conclusione, regala un Miró che non sembra dipingere quadri, ma percorsi, viaggi lunghi un disegno che portano la mente, accompagnata nel cammino dai mostri e dalle stelle, a interrogarsi sul perché delle forme e dei soggetti. E a non trovare risposta alcuna, al punto da rimanere completamente incantata e assorta davanti al dipinto, dimenticandosi dei rapporti di causa-effetto e lasciando da parte la ragione per spostarsi nel campo dell’anima. Dove le uniche cose che contano sembrano essere la poesia e la luce che ci regala uno dei maggiori geni dell’arte contemporanea.

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