“Fratelli d’Italia”: una mostra sarda ci regala la (dis)unità nazionale

Posted on gennaio 24, 2012

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Articolo scritto per Fuori le Mura il 28/11/11 e consultabile anche qui

Unità d'Italia, Roberto Mangosi

La sabbia bianca. I nuraghi. Quella U possente, forte e un po’ rude, che si staglia poderosa alla fine delle parole, quasi ad indicare un’ identità prima che un dialetto. La Sardegna la riconosci così. Terra di formaggi aspri e donne sensuali, l’isola che nei passionali giorni del risorgimento ha contribuito in maniera decisiva alla creazione dell’Unità d’Italia sbarca oggi, a 150 anni di distanza, sulla penisola una nuova volta. Grafite e colori sostituiscono i bossoli dei proiettili nella mostra Fratelli d’Italia, organizzata dall’associazione Grazia Deledda. La rassegna presenta  oltre 30 opere, con gli autori isolani a far da padroni, ed è visitabile gratuitamente alla sala consiliare di Ciampino fino al 1° Dicembre. Un insieme di illustrazioni fumettistiche e satiriche raccontano la storia del Belpaese intessendo trame fitte che collegano i giorni ottocenteschi con la modernità odierna. Relazioni tese a capire e sviscerare, con profondità e ironia, cosa resta al giorno d’oggi di questa Nazione. La risposta è disincantata, fredda e non lascia scampo a speranze: l’Italia è unita geograficamente, ma separata a livello umano e distinta a livello fisico e mentale, quasi a volersi prendere beffa di chi diceva che l’Italia era fatta e si dovevan fare gli Italiani.

Cucire e ricucire, Gianuario Marco Careddu

Tra gli artefici di questa disaffezione nazionale, almeno a vedere le immagini di Roberto Mangosi c’è la Lega Nord. Ne sono una prova lampante le bandiere italiane dove il rosso e il bianco si cuciono insieme mentre il verde padano cerca di svicolarsi provando a scappare o recidere con forbici velenose il suo legame con la restante parte del tricolore. Scontro tra Nord e Sud anche nelle illustrazioni di Antonio Pilade e di Gianni Audisio. Nell’opera del primo una cartina monca del sud dell’Italia ci sussurra idee malsane di chi vorrebbe solo mare al posto del territorio sottostante la Capitale, mentre nel disegno del secondo un elegante settentrionale si rivolge ad una bella dama meridionale affermando che la passione non si è mai spenta, ricevendo come risposta un laconico “ci odiamo come il primo giorno”.

Bandiera italiana sul balcone del nulla, Agim Sulaj

Flebili spillette tengono invece insieme il regno delle due sicilie, lo stato della chiesa e le restanti zone pre-1861 nella grafica di Tomaso Marcolla. Ancora più crudele si mostra Cucire e ricucire di Gianuario Marco Careddu, dove italici senza volto in pantaloncini bianchi si tengono in equilibrio su zattere che han la forma della penisola, alla ricerca di un’aggregazione fortemente minacciata da squali a cesoia. E la cecità non sembra aiutarne il compito.
Menzione d’onore a parte meritano le pregevoli Fratelli d’Italia, dove un concittadino stremato cerca solitario di resistere alla tempesta perenne che affligge il Belpaese, e Bandiera italiana sul balcone del nulla, con un vessillo tricolore che si affaccia su un surreale balcone murato, fragile rimando ad un passato mussoliniano fatto di censura e ad un presente anonimo che dell’oblio fa la sua Stella Polare.

Non mancano in tutta questa cornice momenti di divertimento puro (come Giovine Italia di Tchavdar Nikolov che mostra una versione punk della trinità risorgimentale MazziniGaribaldiCavour), ma non bastano a modificare la sensazione di disgregazione nazionale che accompagna il sorriso dello spettatore che osserva le opere. E la posizione di queste ultime non aiuta: l’ottima mostra è infatti ubicata senza soluzione di continuità nelle due pareti destra e sinistra della sala consiliare. Niente unità nemmeno tra le opere stesse. Ma, paradossalmente, non ci poteva essere scelta più azzeccata.

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