Addio Pisani, esploratore dell’assoluto nel solco di Duchamp

Posted on novembre 6, 2011

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Articolo scritto per Fuori le Mura il 29/8/2011 e consultabile anche qui

Venere di cioccolato (Camera dell'eroe), un'opera di Pisani

Eclettico, esoterico, duchampiano. Non si sono forse aggettivi migliori per ricordare Vettor Pisaniartista e teatrante campano, morto suicida a Roma il 22 agosto scorso, all’età di 77 anni.
Ha deciso di andarsene da solo, nel bagno di casa sua, impiccato con due lacci di scarpe intorno al collo.
Nato a Ischia nel ’34, Pisani divenne famoso nella Capitale, dove cominciò le sue mostre negli anni 70;  le numerose rappresentazioni teatrali e le partecipazioni alle biennali di Venezia contribuirono in seguito a renderlo noto ad un pubblico sempre più ampio.
Personaggio umile e allergico alla fama, Pisani basava la sua poetica artistica e teatrale sull’idea del labirinto e dell’assoluto, mentre il suo modus operandi prevedeva la ripresa di elementi di altri esponenti del mondo dell’Arte e la loro rielaborazione in nuove forme.
Eclettico, dicevamo. Perché nella sua vita non è stato solamente pittore, ma anche architetto e teatrante. Esoterico, per via delle opere collegate al simbolismo e ai rituali, in special modo quelli vicini alla dottrina dei Rosacroce. Emblematico nella simbologia pisaniana la ricorrenza del misterioso numero 34, presente in molti suoi dipinti, somma di due volte 17, numero della disgrazia. Duchampiano, perché l’artista francese è stato per Vettor sempre un grande punto di riferimento, e, insieme a Kleine Beuys, forma una sorta di trinità a cui il campano dedica la propria opera. A partire dalla sua prima mostra romana, intitolata proprioMaschile, femminile e androgino. Incesto e cannibalismo in Marcel Duchamp.

Carpe diem

Installazioni irriverenti e quasi surrealiste, le opere di Pisani segnano un solco profondo nella storia dell’arte contemporanea italiana e mondiale. Tra le sue opere possiamo ricordare la famosa Venere di Cioccolato, presente nella sua prima mostra nel 1970. In una camera bianca dove sul muro è presente una targa inerente a Duchamp possiamo vedere una testa di cioccolato posta sul pavimento e raffigurante la Dea della Bellezza. Sopra di essa una corda che tiene sospeso un peso. Una spada di Damocle sulla condizione umana, o semplicemente sul desiderio di bellezza incarnato dalla Dea, la cui composizione di cioccolato fa presagire pensieri di difficile comprensione. Di grande impatto concettuale anche l’opera Carne umana macinata, un sacchetto di plastica con carne macinata che andava a male nel corso della mostra: elogio della morte o prova dell’ineluttabile decadenza dell’uomo? Oppure Carpe diem, frigorifero riempito d’acqua dove carpe vere nuotano attorno ad uno scheletro umano che sembra contento e rilassato per la sua condizione di non-vivo, opera che ricorda quelle ironiche e dissacranti del padovano Maurizio Cattelan. Fa capire meglio invece quello che dicevamo all’inizio l’opera Lavatrice, riproposizione in chiave moderna e tecnologica dell’idea del ready made, di chiaro stampo duchampiano.

Oggi però la figura di Pisani, a pochi giorni dalla morte, più che l’opera di Duchamp sembra ricordare il duo letterario Montale/Ungaretti. Entrambi i poeti hanno alla base dei loro lavori la ricerca dell’assoluto, solo che mentre il secondo lo trova, il primo sembra sempre esserne distante, separato da un tangibile muro che gli impedisce di afferrarlo.
Ecco: Pisani, intento a coniugare i materiali dell’Arte per trovarne il significato nascosto, è probabilmente stato un Montale per tutta la vita.
Ma in quell’ultimo secondo, nell’abbraccio di una solitudine voluta, ha deciso che invece, con la maschera di Ungaretti, quell’assoluto lo voleva cogliere per davvero.

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