Tra Roma e Milano vince l’arte contemporanea

Posted on settembre 17, 2011

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Articolo scritto per FuoriLeMura il 4/7/2011 e consultabile anche qui

Concetto spaziale, di Lucio Fontana

Seicento chilometri le dividono. Hanno volti e storie diverse. Antica, caotica e solare l’una, moderna, quadrata e nebbiosa l’altra.
Roma e Milano, più che due città, sembrano due rivali. Accade però, grazie alla potenza dell’arte, che questa volta le due nemiche si tocchino, si conoscano. Addirittura collaborino. Avviene nella capitale, nel corso della mostra Gli Irripetibili anni ‘60, che si terrà fino al 31 luglio al Museo Fondazione Roma di Via del Corso. L’esposizione propone infatti 170 opere di artisti milanesi e romani (o comunque stranieri ma legati alle due città) degli anni ’60, con lo scopo di creare un parallelo suggestivo tra l’arte delle due metropoli. Composta da 4 sezioni principali, la mostra è caratterizzata da opere che spesso presentano un abbandono sostanziale del quadro e si affacciano a nuove sperimentazioni materiche e visive.

La prima zona va sotto il nome Monocromia e astrazione: la maggior parte delle opere sono in bianco e la figurazione è ridotta ai minimi termini. In un atmosfera oscura incastonata da poche luci emergono le preziose Attese di Fontana, squarci nelle tele che testimoniano concetti spaziali arbitrari e disorganici. Più avanti la Linea infinita di Manzoni, piccolo tubo senza nulla al suo interno. Quantomeno nulla di materiale: idealmente in esso vi è un filo di lunghezza infinita, che può essere colto solo se prodotto dalla mente, che deve staccarsi dall’oggetto per formare l’opera d’arte: un puro e fragile concetto, destinato a dissolversi e rinascere al passaggio di ogni nuova persona. Tra i “romani” troviamo invece Lo Savio, che gioca sulla tela con un sottile concetto di luci e ombre, mentre per i palati fini non mancano uno Specchio del geniale Duchamp e una plastica bruciata di Burri.

Aranciata con gli occhiali, di Mimmo Rotella

Oggetti e immagini pop è invece il titolo della seconda parte, che si apre con pareti rosso fuoco contornanti opere che ricalcano la Pop Art e mettono in mostra la crescita economica dell’Italia dell’epocaAranciata con gli occhiali del milanese Rotella preannuncia i grandi cartelloni pubblicitari di massa, mentreRues de Saint Yves, di Villeglé, è un quadro formato da pezzi di manifesti strappati a testimonianza della rinascita di qualcosa di perduto. Pareti gialle fanno invece da sfondo alle opere del ciclo Tuttostelle di Schifano: quadri dai colori argentei coperti di stelle lucenti che simboleggiano la movida della Roma e della Milano dell’epoca. I corpi celesti son visti quasi come emblemi di ricchezza e prosperità, sogni costanti nel Belpaese del boom economico.

Procedendo si entra nella terza sezione, L’internazionalità e la scultura, che indaga il rapporto di Roma e Milano con la cultura mondiale dell’epoca. Il dadaismo e il surrealismo sono presenze tangibili: L’enciclopedia Treccani di Isgrò è aperta su una pagina dove lo scritto è cancellato, quasi a testimoniare l’assurdità o l’impossibilità della conoscenza, mentre Munari dal soffitto fa calare la sua Scultura inutile che sembra (all’apparenza) non aver senso neanche nel titolo. Malata è invece laGeometria di Scanavino, un riquadro di legno dove un angolo è sostituito da corda, come a prendersi gioco del rigore matematico e della stabilità del mondo. Tra gli stranieri ricordiamo Man Ray, che in Permanent attraction ci regala una scacchiera con sopra pezzi giganti, i quali, forse come gli uomini, sembrano non adatti al posto dove vivono, quasi troppo (grandi) per la realtà circostante.

Spazio elastico, di Gianni Colombo

L’ultima sezione è Materiali, segni e figure, dove la tela, per anni unico contenitore artistico, è affiancata (o sostituita) da altri oggetti che diventano protagonisti delle opere. Per esempioSpazio elastico di Colombo è una installazione composta da una rete di ferro che si muove disorientando la percezione visiva dello spettatore, mentre in Percepiscono di Balestrini le strisce di carta con frasi di terrore incollate sul quadro rendono vana la tranquillità del paesaggio sottostante Generale di Baj è invece un dipinto con attaccati pezzi di stoffa che, nella fattispecie, formano la cinta e le medaglie del generale disegnato e sembrano quasi voler emergere dal dipinto e intervenire nella realtà.

Molte altre le opere di valore della mostra, tante che sarebbe impossibile includerle tutte.L’esposizione è comunque di grande impatto ed ha un percorso ben fatto e strutturato, che porta il visitatore ai limiti dell’astrazione e dell’immaginazione. E chissà che quest’ultima non riesca, quando lo spettatore esce, a fargli vedere due mani che si sfiorano, due volti noti che si sorridono. L’uno antico, caotico e solare, l’altro moderno, quadrato e nebbioso. In fondo l’arte contemporanea è anche questo.

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