I figli del Kraken

Posted on giugno 3, 2011

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Articolo scritto per FuoriLeMura il 30/5/2011 e consulabile anche qui

Un Moken sulla sua kabang © Cat Vinton

Alcuni di voi conosceranno sicuramente Waterworld, il famoso film di metà anni novanta con Kevin Kostner, dove un’umanità del futuro è costretta a vivere su zattere galleggianti in un mondo ormai sommerso dalle acque e senza lembi di terra disponibili.
Come reagireste se vi dicessero che in realtà qualcuno, nel mondo odierno, vive come i protagonisti di quel fantascientifico film?
E’ la splendida storia della tribù dei Moken, popolazione semi-nomade del sud-est asiatico che vive nell’arcipelago di Mergui, composto da circa 800 isole situate nel mare delle Andamane, a due passi dalla Birmania.
I Moken trascorrono infatti buona parte dell’anno vivendo sulle loro imbarcazione di legno, le kabang, spostandosi di continuo alla ricerca del sostentamento: il mare diventa per loro quella che noi comunemente chiamiamo casa . “L’oceano è il nostro universo”, afferma Hook Suriyan Katale, e non possiamo dargli torto.
Dal mare la tribù trae il proprio sostentamento e la propria forza: i bambini imparano a nuotare prima di camminare, e la loro vista, abituata a dover scorgere gli oggetti sfocati nelle acque, risulta del 50% più sviluppata di quella dei loro pari età europei.

La pesca è la principale fonte di sostentamento per i Moken © Cat Vinton

Moken: per uno strano scherzo del destino, il loro nome fa rima con Kraken, il mitologico mostro marino che lotta contro l’uomo che cerca di sottrargli spazio vitale.
Padrone delle acque in alcune leggende nordiche, di sicuro non avrebbe tardato ad accogliere i ragazzi della tribù come propri figli, strenui difensori del mare incontaminato come nessun altro al mondo.

La cultura dell’intero popolo si tramanda ancora oralmente, senza scrittura: attraverso le parole gli anziani insegnano ai bambini i trucchi per sopravvivere e per conoscere la natura che li circonda, con la quale si sentono un tutt’uno e alla quale non tolgono più del necessario per sopravvivere; coltivano riso, mangiano pesce e vegetali, si nutrono dei frutti della foresta senza distruggere l’ecosistema.
Lo stretto rapporto con l’ambiente è testimoniato anche da Narumon Arunotai, un ricercatore della Chulalongkorn University di Bangkok: “I Moken vivono vicini alla natura; le loro vite dipendono e ruotano intorno a lei, pertanto hanno sviluppato un istinto acuto e vigile verso il pericolo. Abbiamo molto da imparare dalla loro saggezza e dalla loro conoscenza…”.

Famiglia Moken nel momento del pasto © Cat Vinton

La storia di questa tribù acquatica è costellata di miti e leggende che creano un alone di magia attorno ad essa. Secondo una di queste, raccontata dall’antropologo Jacques Ivanoff, la kabang, fatta di legno, canne di bambù e funi di rattan, rappresenterebbe un corpo umano: la parte anteriore è la bocca che mangia, mentre la prua è il retro che espelle le feci. Un’altra dice che nel 2004, poco prima dello tsunami in Thailandia, gli anziani Moken riconobbero funesti presagi e permisero alla tribù di salvarsi su un’altura prima dell’avvento del disastro.

Custodi di una storia millenaria lunga 4000 anni, i Moken continuano ancora oggi a rifiutare il possesso di beni materiali e sono scettici nei confronti della tecnologia proveniente dai paesi civilizzati.

Ora però la sopravvivenza della loro cultura è in pericolo, e l’associazione Survival lancia l’allarme: i governi birmano e thailandese stanno infatti cercando di porre fine al loro nomadismo confinandoli all’interno di parchi nazionali e insistendo per l’assimilazione, mentre le compagnie petrolifere e i magnati della pesca industriale e del turismo tolgono giorno dopo giorno preziosi spazi alla tribù. Le limitazioni sulla pesca e l’odio di frange razziste nei loro confronti fanno il resto, portando questo millenario popolo verso un baratro senza possibilità di uscita.

I figli del Kraken ci tengono, però, a ergersi orgogliosamente di fronte alle avversità, difendendo fino all’ultimo centimetro il mondo dove sono nati: “I Moken sono come le tartarughe – dice Pe Tat – abbiamo sempre vissuto tra la terra e il mare. Questo è quello che sappiamo, che siamo e a cui apparteniamo.”

Ora non ci sono più dubbi: se Omero fosse vissuto nel 2011, Ulisse avrebbe avuto i tratti asiatici e la pelle scura. E starebbe ancora adesso lottando, per sopravvivere, contro un ricco e potente Nettuno che ne minaccia l’esistenza.

Andreas Marcopoli

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