Il sudore del riscatto

Posted on maggio 22, 2011

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Articolo scritto per Fuori Le Mura il 17/05/2011 e consultabile anche qui

Il lavoro questa volta non nobilita l’uomo, ma la donna. Sembra questa la chiave di lettura da utilizzare per analizzare a fondo Fatto dalle donne per le donne, Vite fatte a mano, il futuro creato dalle donne e Viaggiare ad occhi aperti, le tre mostre fotografiche installate nella Red Room durante la Giornata del commercio equo e solidale, tenutasi domenica 15 maggio al Circolo degli Artisti. Esposizioni queste, dedicate al lavoro del gentil sesso nella cornice dei paesi del Terzo Mondo.

Una scoperta dell’Africa vista dagli occhi delle donne lavoratrici, instancabili sarte, contadine o lavandaie che giorno dopo giorno costruiscono i mattoni della propria esistenza.
La prima mostra, Fatto dalle donne per le donne, propone fotografie femminili, in solitaria o di gruppo, su sfondi colorati (il rosso e l’arancio) unite a frasi che, più che essere didascaliche ed esplicative della raffigurazione, mirano a risvegliare le coscienze e i sentimenti di chi guarda, affermando, anche con l’aspetto verbale, ciò che emerge dalle immagini: il lavoro diventa per le donne un’opportunità di riscatto.

Il perché ce lo spiega Andrea Pietropaoli, responsabile della comunicazione dell’associazione Pangea-Niente Troppo, curatrice della mostra. “Le donne vanno poste al centro perché continuano ad essere soggiogate in molti paesi del mondo”. E il lavoro diventa quindi  lo strumento per far emergere la loro importanza fondamentale: “Le donne producono il 60% del cibo consumato nel mondo, ed è provato che i paesi in via di sviluppo dove le donne sono lasciate ai margini della società entrano spesso in profonde crisi economiche e sociali. Nel commercio equo il 70% dei prodotti è fatto dalle donne, che, necessariamente, acquisiscono quindi un ruolo di primo piano in manifestazioni come questa”.

Il concetto del lavoro come riscatto sociale è ancora più limpido nella seconda mostra, Vite fatte a mano: il futuro creato dalle donne. Le foto ritraggono donne con volti gioiosi che preparano il pane o portano in testa la cucitrice, tracce queste di un lavoro lento e manuale certamente diverso dallo stressante e quotidiano battere di tasti tipico degli uffici dei lavoratori occidentali. Si vede nei visi di queste donne africane l’attitudine al lavoro e il piacere di una vita profondamente legata alla quotidianità e alla fatica.
La mostra è stata curata da Amka Onlus, e, come spiegatoci da Silvia e Federica dell’associazione, mette in luce i progetti di microcredito effettuati in Congo: “L’associazione offre finanziamenti senza garanzia alle donne africane che abbiano un progetto da mandare avanti. L’obiettivo è quello di creare un’idea di comunità nei villaggi e stimolare l’autosufficenza di questi paesi, attraverso un percorso di formazione e apprendimento che dovrà poi portare alla produzione di oggetti o generi alimentari che saranno rivenduti per stimolare l’economia.” Dopo una prima fase dove le ragazze africane saranno aiutate dall’Amka il percorso prevede che queste imparino a gestire da sole il sistema.
Un progetto che dal basso mira a dare alla donna un ruolo attivo nella propria società di appartenenza.

L’ultima mostra è invece intitolata Viaggiare ad occhi aperti, e questa volta nelle foto, oltre al lavoro e alle donne, si aggiunge un protagonista di spicco: il paesaggio. Si può ammirare un leopardo su un albero, un mercatino di frutta e verdura, un opossum su un ramo. Perfino un camioncino immerso nella polvere, che sembra scappare in fretta e furia da un mondo che non gli appartiene. Sono foto fatte da viaggiatori, ci viene detto dall’associazione che cura l’esposizione, Viaggi e  Miraggi: “Le foto devono servire per stimolare gli spettatori a recarsi in posti straordinari come il Kenya o altre parti dell’Africa”. Ma non certo per una vacanza in un villaggio turistico, ma per scoprire il vero volto del continente nero. Come quello che emerge dalle marmellate dello stand dell’associazione, che ci ha fatto assaggiare la confettura di Papaya. Consigliamo di provarla, ma non aspettatevi che vi diremo in anteprima a cosa assomigli il suo sapore!

Un ultima immagine rimane impressa nella mente di chi vede le mostre. Due bambine africane in una foto in bianco e nero. Una dà sfoggio di un sorriso smagliante mentre sta in equilibrio su una gamba con dietro uno sfondo di città decadente. L’altra invece si appoggia, quasi avesse un peso da sostenere. Un peso gravissimo, non adatto a lei. Avvicinandosi all’immagine si nota un piedino che sporge dalla spalla della fanciulla: porta un bambino in braccio. Non sapremo mai se è o no una ragazza madre, abbandonata al suo destino.
Forse no, ma quel che conta è che lo spettatore sappia che una cosa del genere non è poi così lontana dalla realtà di molti Paesi. Quei Paesi dove le donne, anche attraverso il lavoro, la fatica e il sudore, dovranno necessariamente portare avanti la loro battaglia per il riscatto.

Andreas Marcopoli

Foto di Tommaso Ulivieri

 
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