Pit-stop nucleare: il governo vara la moratoria. Ma c’è il trucco…

Posted on aprile 12, 2011

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Articolo scritto per FuoriLeMura e consultabile anche qui

Centrali nucleari

Dopo alcuni giri di prova al gran premio delle energie d’Italia, la monoposto del nucleare si ferma ai box.
Ci resterà per almeno un anno, al termine del quale sapremo se ci sarà un ritiro completo o un semplice cambio gomme (la nube radioattiva proveniente dal Giappone e arrivata in Italia consiglierebbe quelle da pioggia) per una ripartenza sprint.
Eh sì, il progetto del nucleare in Italia si ferma (o meglio, si dovrebbe fermare) per almeno un anno. La scorsa settimana infatti il consiglio dei ministri, sotto proposta di Paolo Romani e di Stefania Prestigiacomo, ha varato una moratoria sul nucleare, che decreta uno stop di durata annuale al progetto di introduzione dell’energia atomica nel paese.
Più specificatamente col decreto si fermano “le procedure relative alla realizzazione di impianti nucleari”, così come la scelta dei siti destinati ad ospitarle.
La motivazione ufficiale è che si vuole prender tempo per pensare ad una soluzione ottimale in seguito agli eventi del Giappone: “un’opportuna moratoria di almeno un anno così da pervenire a decisioni ponderate e serene e non condizionate dall’emotività del momento”, si legge nel decreto.
In seguito al disastro nipponico altre nazioni europee e mondiali (come la Germania e la Cina) avevano deciso di chiudere alcune centrali o di fermare la costruzione di nuove per paura delle radiazioni, e adesso anche l’Italia sembra aver deciso di ripensarci su.
Sembra.

Il ministro Sacconi

In effetti la decisione della moratoria appare quanto meno sospetta agli addetti ai lavori. Come mai fino ad adesso il governo ha portato avanti a spada tratta il progetto nucleare e adesso invece decide di fermarsi?
La scusa della ponderazione della decisione dopo i fatti nipponici non convince più di tanto: il 15 marzo (quindi dopo il terremoto in Giappone) il ministro del welfare Sacconi affermava che si doveva andare avanti col progetto; se ci si fosse voluti fermare per via delle conseguenze della calamità e prendere tempo per “ponderare” la cosa, come mai il ministro del lavoro si sarebbe lasciato andare a dichiarazioni del genere a pochi giorni dalla tragedia del Sol Levante?
Stesso discorso vale per i ministri Prestigiacomo e Romani che, prima della linea della moratoria, si erano dimostrati autentici fautori dell’atomo anche nel periodo post-tsunami.
Inoltre il decreto legge garantisce sì lo stop per quanto riguarda la ricerca dei siti, ma non ferma il progetto di costruzione di un deposito nazionale per lo smaltimento di eventuali scorie (al momento quelle delle centrali passate, ma non si escludono quelle delle centrali venture).
Se tre indizi fanno una prova ci si rende conto che il governo non sembra essere in dubbio sul fatto dell’utilizzare o meno il nucleare in futuro.
Ma allora, per quale motivo è stata varata la moratoria, se quella del ripensamento sembra essere una motivazione di facciata?

Locandina contro il ritorno del nucleare

Il bandolo della matassa si potrebbe trovare altrove: la scelta della moratoria sarebbe stata effettuata dal governo per destabilizzare l’ambiente referendario e per non incorrere in un calo di consensi.
È questa la tesi delle opposizioni (in particolar modo dell’Idv), dei referendari e di alcune organizzazioni internazionali contrarie all’atomo (come Greenpeace).
In seguito alla calamità giapponese nel Belpaese molte persone si sono ricredute sull’atomo e, nonostante alcune campagne dirette o indirette in favore dello stesso, sembra che la maggioranza degli italiani sia ormai contraria al suo avvento.
L’assunzione di una linea intransigente a favore del nucleare avrebbe potuto quindi provocare al governo un calo di consensi non indifferente. Calo a cui la moratoria, con la sua aura di responsabilità e ripensamento, potrebbe dare un freno consistente.
Ma forse, indagando ancora più a fondo, la vera intenzioni del governo potrebbe essere quella di sgonfiare il referendum contro il nucleare: la moratoria infatti farebbe perdere di notiziabilità il tema del nucleare (almeno per un annetto) e potrebbe creare nei cittadini l’idea che il referendum (che ricordiamo si terrà il 12  e il 13 giugno prossimi) possa essere inutile in quanto il problema non sarebbe più attuale. Di questo avviso è ad esempio il leader dell’Idv Antonio Di Pietro, che parla di “raggiro per scavallare il referendum”, mentre Greenpeace afferma che il governo, attraverso la moratoria, “tenta di confondere le acque per dare a intendere ai cittadini che del referendum di giugno non c’è più bisogno”, precisando che ormai “tutte le Regioni hanno espresso la loro contrarietà a ospitare nuove centrali”.

Uomo post-nucleare?

Ma non sembra finita qui.
C’è un ultimo fattore da considerare: insieme al referendum sul nucleare si terranno, nello stesso giorno, quello sull’acqua pubblica e quello contro il legittimo impedimento. Una minore affluenza per il quesito sull’atomo si tradurrebbe probabilmente in un minor numero di votanti anche negli altri due, impedendone il raggiungimento del quorum. Ed è cosa nota l’importanza che il premier Berlusconi associa alla legge sul legittimo impedimento. Lo stesso premier che si appella spesso al voto popolare per fare salda la sua poltrona. Ecco.
Allora se si pensa veramente che il popolo conti, si lasci decidere i cittadini, senza ulteriori influenze né trucchi di qualsivoglia natura. Anche perché in questo momento, mentre Fukushima ancora brucia, le paure di Cernobyl cominciano a riaffiorare nelle menti degli italiani.
Che, col referendum, potrebbero evitare che una battuta circolante online da un po’ di giorni diventi realtà: “Quando un uomo a favore del nucleare incontra uno a favore delle energie alternative, quello con due sole braccia è un uomo morto.”

Andreas Marcopoli

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Posted in: Articoli, Attualità