In difesa dell’acqua pubblica: intervista a Domenico Finiguerra, il sindaco che ha conquistato Facebook

Posted on aprile 12, 2011

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Articolo scritto per FuoriLeMura e consultabile anche qui

Domenico Finiguerra

Domenico Finiguerra è il giovane sindaco di Cassinetta di Lugagnano, un comune dell’interland milanese. Da anni si occupa di ecosostenibilità e, grazie alla sua tenacia, è riuscito ad impedire l’avanzata del cemento nella sua città, permettendo al paesaggio naturale di restare incontaminato. Domenico, tra i primi firmatari della Costituente Ecologista Civica e Democratica, negli ultimi tempi sta portando avanti, come molti altri sindaci, la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua e ha creato un gruppo su Facebook in sostegno dell’acqua pubblica che conta ormai più di 725.000 iscritti (Acqua Pubblica) ed è il punto di riferimento principale dell’organizzazione del movimento sulla Rete. Il sindaco ha partecipato attivamente alla manifestazione in favore del referendum tenutasi a Roma lo scorso mese, e noi di Fuori Le Mura lo abbiamo intervistato. Ci ha accolto con un sorriso, e ci ha parlato di acqua pubblica e social network.

Signor Finiguerra il referendum per l’acqua pubblica avrà principalmente lo scopo di abrogare il decreto Ronchi, che, in parole povere, consente ai comuni di concedere la gestione dell’acqua pubblica ai privati. Quali sarebbero i problemi che questo decreto creerebbe nei confronti dei cittadini?

Innanzitutto questo decreto porterà ad un naturale incremento della tariffa per il servizio. Questo è storicamente provato, è successo dappertutto ed è uno degli effetti naturali della privatizzazione del servizio idrico. Se chi lo gestisce non è il pubblico, vorrà comunque realizzare un utile e alla fine a pagarne il prezzo saranno i cittadini.

È quindi molto forte il rischio che i privati possano, a poco prezzo, garantirsi una gestione che aumenterebbe di molto i loro introiti.

Esattamente. E questo porterebbe anche ad avere conseguenze nefaste sul problema degli sprechi.  È un po’ come nel caso dell’energia: se io fossi il gestore di un servizio energetico avrei tutto l’interesse che il cittadino-cliente consumi più energia possibile, perché in questo modo avrei il guadagno maggiore. Così avverrebbe con l’acqua, dove si potrebbe creare una vera e propria corsa per incentivarne il consumo e, di conseguenza, lo spreco.

Particolare di una manifestazione per l'acqua pubblica a Roma

Lei ha partecipato, insieme ad altri sindaci, alla manifestazione nazionale in difesa dell’acqua pubblica indetta lo scorso mese a Roma. Ci sono altre iniziative che il movimento contro la privatizzazione sta progettando?

Da adesso le iniziative saranno tutte concentrate sul referendum, e quindi avremo un proliferare di eventi principalmente locali, di stampo politico ma sui territori, fatti soprattutto per tenere viva l’attenzione al tema dell’acqua, che sarà intimamente legato alla lotta contro il nucleare. Saranno i vari comitati locali (che hanno già raccolto le firme per il referendum) a produrre iniziative sul territorio che raccoglieranno una fortissima attenzione non solo a livello politico, ma anche culturale: musicisti, cantanti e attori saranno coinvolti. Dal punto di vista mediatico si infatti è riusciti a far passare il fatto che la privatizzazione del’acqua non riguarda solo gli addetti ai lavori della gestione dei servizi pubblici, ma tutti i cittadini.

Spostandoci sul discorso dei media, lei è stato molto attivo anche nell’ambito della comunicazione inerente al web 2.0 e ha creato su Facebook un gruppo di sostegno a favore dell’acqua pubblica. Adesso il gruppo conta più di 725.000 iscritti ed è tra i più numerosi della Rete. Si aspettava un successo così grande?

No, sinceramente no. Io ho aperto quel gruppo su Facebook quando il nostro comune aveva adottato la precedente delibera sulla privatizzazione dell’acqua in consiglio comunale, e non pensavo minimamente che diventasse uno dei gruppi più numerosi d’Italia. Poi invece si è generata una sorta di tam tam, di onda anomala e di passaparola che ha portato a quelli che sono numeri impressionanti, perché 725.000 sono davvero tanti per un social network. Questi numeri sono indice di una certa sensibilità della gente al tema, non necessariamente approfondita, ma spesso anche leggera e quasi “di pancia”, ma che porta le persone ad aderire in massa ad iniziative di questo tipo. L’acqua viene percepita come un bene essenziale che non può essere soggetto a logiche di mercato: io devo bere a prescindere dalla mia posizione economica.

La partecipazione dei cittadini al gruppo sul social network è anche attiva (commenti o altro), o la gente si iscrive semplicemente al gruppo e poi se ne disinteressa?

Gli iscritti pubblicano spesso, commentano, propongono idee… c’è un’atmosfera molto vivace.

La pagina di Facebook fondata da Finiguerra

L’utilizzo dei social network, e quindi di una comunicazione diversa, può in qualche modo scalfire il dominio incontrastato della televisione presente nel nostro paese?

Questo è un tema importante. Ad esempio del referendum sull’acqua se ne parla pochissimo in televisione, ed è un problema rilevante. In Italia siamo 60 milioni e una buona parte si informa su internet e acquisisce sensibilità su questi temi, ma c’è comunque una fetta che non viene raggiunta ed è tagliata fuori da questo tipo di strumento. Dovrebbero essere i dirigenti dei partiti a porre questo tema al centro del dibattito [ in televisione ndr] invece che parlare di scandali sessuali o altro che non ha una rilevanza fondamentale come il problema dell’acqua.

Di sicuro, anche grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, abbiamo intravisto la potenzialità politica dei cittadini comuni.

Il movimento per l’acqua pubblica, come i movimenti in generale per i beni comuni e per la tutela della Terra, sta mettendo in collegamento tra di loro migliaia di esperienze sparse su tutto il territorio. Se queste trovassero un filo conduttore comune potrebbero fare la differenza nella politica italiana dei prossimi anni attorno a questi temi centrali che sono stati abbandonati dai partiti: la società civile e il cosiddetto “cambiamento dal basso” potrebbero dare alla luce un nuovo Risorgimento italiano.

Andreas Marcopoli

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Posted in: Articoli, Attualità