Spo(r)t comunicativo: in Spagna per vincere si prova il video

Posted on aprile 11, 2011

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Articolo scritto per FuoriLeMura il 7/02/2011 e consultabile anche qui

Un'immagine del video prodotto dal Siviglia

Zero tituli. Molti di voi ricorderanno certamente questa espressione entrata ormai con forza nel gergo comune calcistico. Ma stavolta a pronunciarla non è il suo inventore Josè Mourinho, ma, udite udite, i suoi avversari.
Un paio di settimane fa infatti il Siviglia, prima della partita di Coppa del Re proprio contro il Real Madrid, ha deciso di dar vita ad uno spot in cui i propri giocatori hanno minacciato di lasciare lo stesso Mourinho “sem titulo”. Che, tradotto dal portoghese, significa proprio “senza titolo”.
Il video mostra i calciatori della squadra andalusa pitturarsi il corpo e il viso coi colori della società (il rosso e il bianco) e prepararsi a quella che sembra essere una vera e propria battaglia. Con questa mossa il Siviglia ha cercato di caricare l’ambiente, creare una maggiore empatia coi tifosi (che avrebbero dovuto sostenere la squadra andando allo stadio) e, perché no, innervosire gli avversari. Il risultato non è stato quello sperato (il Siviglia ha perso la partita), ma l’idea di creare uno spot-video per influenzare in maniera indiretta (ma pulita) il risultato di un incontro è sicuramente una trovata interessante all’interno del panorama calcistico iberico e internazionale.

"Venderemo cara la pelle" e "Rimonta": le parole chiave dello spot del Barcellona

In Spagna non è la prima volta che squadre di calcio si attrezzano utilizzando video-spot per raggiungere risultati.
Lo scorso anno, prima della semifinale di ritorno di Champions contro l’Inter, Il Barcellona decise di creare uno spot per convincere il maggior numero di tifosi ad andare allo stadio in vista della partita. Il motivo? All’andata a S. Siro era finita 3 a 1 per i nerazzurri e il Barça avrebbe avuto bisogno di tutto il sostegno del proprio pubblico per riuscire nell’impresa di rimontare 2 gol.
Fu così che ebbe vita il video-spot che inneggiava alla “remuntada” (la rimonta): un sottofondo musicale epico faceva da cornice al gol all’ultimo secondo di Iniesta nella semifinale del 2009, che aveva regalato il passaggio del turno contro il Chelsea, mentre una voce fuori campo invitava tutti i tifosi allo stadio per la nuova impresa da compiere contro l’Inter. “Venderemo cara la pelle”, avvisarono gli spagnoli.
Il pubblico di fede blaugrana gradì, e non soltanto riempì lo stadio, ma sostenne energicamente i propri beniamini per tutta la durata dell’incontro, senza però successo (il Barcellona vinse solo uno a zero e mancò l’approdo in finale).

La curva dell'Espanyol

Una mossa simile è stata fatta quest’anno dalla curva dell’Espanyol che, alla vigilia del derby proprio contro il Barcellona, ha lanciato in rete un video-spot dove i rivali erano visti come “nemici” che andavano sconfitti a tutti i costi. Anche qui l’atmosfera epica e la volontà di caricare l’ambiente sono palesi: lo stadio doveva diventare un’arena e i giocatori erano spinti a difendere a tutti i costi la dignità del club, tenendo in alto i suoi colori.Anche in questo caso si rivelò tutto inutile: l’Espanyol perse miseramente per 5 a 1.

Accanto alla tattica, agli allenamenti e alla tecnica il calcio spagnolo sembra considerare quindi la psicologia e la comunicazione come elementi integranti del gioco stesso. Squadre meno attrezzate di altre (come il Siviglia e l’Espanyol) o in palese difficoltà (come il Barcellona contro l’Inter) cercano di sopperire ad alcune mancanze tecnico-tattiche puntando sul coinvolgimento dei tifosi, e adoperano la comunicazione per rendere più unito e compatto l’ambiente.
Nonostante il fallimento di questi esperimenti, il calcio comincia a muoversi in una nuova direzione dove a contare non è più soltanto la forza dei giocatori che, pur rimanendo fondamentale, deve fare i conti con altri fattori: il pubblico diventa parte integrante di un progetto, la psicologia assume un ruolo di rilievo, la comunicazione offre un’arma in più.
Il calcio moderno sembra sempre più presentarsi come un calcio comunicativo-psicologico, dove il tempo della partita viene allargato oltre i canonici 90 minuti e gli attori coinvolti non sono più soltanto i calciatori, ma anche tutto quello che gira loro attorno.

Le "manette" del Mourinho interista

Tra i primi veri pionieri di questo nuovo movimento troviamo proprio l’attuale allenatore del Real Madrid: il suo rapporto con la stampa, le polemiche in difesa delle sue squadre, le dichiarazioni provocatorie per innervosire gli avversari, l’empatia creata con i tifosi, il “siamo soli contro tutti” per caricare l’ambiente, le “manette” contro i presunti poteri forti, le espressioni colorite; sono queste tutte caratteristiche che esulano da una normale concezione del calcio fatta solo di allenamenti e tatticismi e cercano di cogliere il gioco nella sua globalità e complessità, ma soprattutto nella sua veste comunicativa ed irrazionale.

In Spagna sembrano aver intrapreso la via battuta dal portoghese. Anche se finora sembra non bastare per evitare di finire la stagione proprio con “zero tituli”.

Andreas Marcopoli

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Posted in: Articoli, Sport