Tiki-taka blaugrana: quando il calcio perde il cuore

Posted on aprile 10, 2011

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Articolo scritto per FuoriLeMura il 17/01/2011 e consultabile anche qui

Gli "alieni" del Barcellona

Da un paio d’anni li chiamano marziani, ma non sono nati sul pianeta rosso, nè hanno orecchie verdi dalle forme stravaganti. Sono i giocatori dell’Fc Barcellona, la squadra da molti intenditori riconosciuta come la più forte del pianeta, forse addirittura la più forte di sempre da quando esiste il calcio.
Segnano gol a raffica, subiscono poche reti, umiliano gli avversari.
Per alcuni sono l’emblema del calcio stesso: colpi di tacco, triangolazioni veloci, passaggi di prima, inserimenti al millimetro. Il cosidetto gioco del “tiki-taka”, parola quasi onomatopeica che simboleggia il suono della palla colpita durante l’enorme rete di passaggi dei giocatori blaugrana: tiki e taka.
Lo Yin e lo Yang del calcio, che insieme creano quell’armonia perfetta e indistruttibile, quel senso di eternità e invincibilità che sembrano di questi tempi propri della squadra di Guardiola.
Quella squadra in grado di piazzare 3 atleti su 3 nel podio del Pallone d’oro 2010, vinto poi dalla pulce Leo Messi, l’unico vero erede del grande Maradona.
Tutto questo è il Barcellona Football Club, 57 gol fatti nelle 18 partite di Liga finora disputate, più di 3 per ogni incontro.

Ma siamo davvero sicuri che tutto questo sia anche l’emblema del calcio?
Proviamolo subito. Accendete la vostra console ultimo modello. Prendete un qualunque gioco sul calcio e inseritelo. Fatto? Ora scegliete come squadra il Barcellona. Impostate un avversario casuale e selezionate come difficoltà “very easy”. Ci siete? Bene, adesso segnate valanghe di gol ad avversari che non offriranno alcuna resistenza alle vostre folate offensive.
Adesso diteci se vi siete divertiti.
O se invece avreste preferito una partita giocata all’ultimo sangue, magari in modalità “hard”, con gol da una parte e dall’altra ed emozioni a non finire. Non vi preoccupate, conosciamo già la risposta.

Josè Mourinho e Guardiola nella scorsa edizione della Champions League: il portoghese sembra dire allo spagnolo che il suo gioco spettacolare non basterà per vincere

Si tende spesso negli ultimi tempi a idolatrare la formazione di Guardiola senza forse rendersi conto che il calcio, quello con la C maiuscola, potrebbe essere altra cosa. Ci piace pensare che il “Calcio” (lode a te, oh gioco più bello del mondo) possa essere prima di tutto una rete di emozioni, e solo in seguito una rete di passaggi. E le emozioni non si costruiscono soltanto con il “bel gioco” tipico dei blaugrana, ma con il cuore, i muscoli e il coraggio. Un gol segnato al novantesimo di una partita combattuta può risultare più gratificante di una triangolazione ben riuscita, come dimostra l’intenso finale del film Febbre a 90°. Rimontare 3 gol agli avversari, come fece il Liverpool contro il Milan nella finale di Istanbul, fa sobbalzare l’animo molto più di un assist al bacio. Una vittoria ai rigori contro la Francia con un gol di Grosso all’ultimo secondo della competizione è immensamente più gioiosa di un colpo di tacco di Leo Messi in una partita finita 5 a 0. Diciamoci la verità: un trofeo vinto con sofferenza piace sempre di più rispetto ad uno vinto facilmente.

L’Olimpo del calcio accoglie in egual misura il gioco spettacolare (e perdente) dell’Olanda degli anni ’70 così come il catenaccio (vincente) del Mago Herrera, le finezze del Brasile e la compattezza dell’Italia, il tacco di Pelè e la mano di Maradona.
Il tiki-taka del Barça, col suo gioco sempre uguale a se stesso e le vittorie quasi scontate, annienta una parte di questo mondo, quella parte dedicata al cuore, alle rimonte impossibili, ai colpi di fortuna, all’imprevedibilità, alla gioia legata alla tensione e alla sofferenza. Il tiki-taka elimina l’umanità che si cela dietro a quegli 11 giocatori che tirano calci ad un pallone, sostituendola con una catena di montaggio fatta di passaggi infiniti. Senza nulla togliere alla grandezza della squadra, all’importanza della cantera e al fascino di un gioco veloce e imprevedibile, a volte un tifoso di calcio cerca ben altro. Anche perchè non sempre (e la semifinale di Champions contro l’Inter dello scorso anno insegna) basta il bel gioco per vincere e convincere.

Qualcuno sicuramente preferirà il calcio degli dei del Barcellona, il calcio dei marziani a strisce rosse e blu. E’ bello pensare invece che ci sia qualcuno che ancora preferisce la fatica e il coraggio degli umani.
Quel qualcuno che, in un nuovo Indipendence Day dedicato al football, preferirà un terrestre duro a morire alla Will Smith piuttosto che un essere tentacolare proveniente da un altro mondo.
La lotta per salvare l’umanità (del calcio) dall’annientamento è appena cominciata.

Andreas Marcopoli

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Posted in: Articoli, Sport