Poleis italiche tra tasse di soggiorno romane e secessionismi leghisti

Posted on aprile 10, 2011

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Turisti davanti alla fontana di trevi

Abitare a 30 metri da Roma e pagare tasse come se si fosse turisti provenienti dagli Stati Uniti? A breve tutto questo sarà possibile, grazie (si fa per dire) al sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Dal primo gennaio del 2011 saranno infatti introdotte le nuove tasse di soggiorno a Roma: i non residenti che sosteranno nei campeggi o negli alberghi della capitale dovranno pagare da 1 a 3 euro giornalieri in più. Aumento dei prezzi per i non residenti anche per bus particolari e battelli sul Tevere. E, come se non bastasse, per gli stabilimenti balneari di Ostia.
Alla base della scelta vi è la volontà di far entrare fondi in Comune cercando di non pesare sulle tasche dei romani.
Apparentemente il ragionamento sembrerebbe ineccepibile, ma se si cerca di guardare alla complessità delle cose non è tutto rose e fiori.
Innanzitutto riesce difficile capire come mai una tassa di soggiorno debba colpire anche persone che vogliano semplicemente andare al mare negli stabilimenti balneari (come se questi ultimi non fossero già abbastanza cari). In pratica un residente di Ciampino (città limitrofa alla capitale) si troverebbe a dover pagare una tassa turistica qualora volesse passare una giornata sul litorale romano.
Anche supponendo che la tassa voglia esser vista come giusta perché diretta ai non romani, come si può considerare come “turista” una persona che probabilmente vive la città di Roma ogni singolo giorno, nonostante non abiti legalmente nel suo territorio? Come si fa ad equiparare un cittadino dei Castelli Romani con un australiano in vacanza a Roma?

Stabilimenti balneari di Ostia: saranno più cari per i non residenti a Roma

Appare inoltre evidente come una tassa di soggiorno possa diventare un preoccupante freno per il turismo nella capitale. In Italia quest’ultimo ha subito duri colpi negli anni precedenti (il Belpaese, a livello turistico, è stato superato negli ultimi anni da nazioni come la Cina e la Spagna, scendendo al quinto posto in una graduatoria che lo collocava nella prima posizione negli anni ’70), e gravare sulla tasche di chi porta soldi nelle casse della città potrebbe rivelarsi un pericoloso boomerang. L’aumento degli introiti derivanti dalle nuove tassazioni potrebbe infatti essere vanificato da un ulteriore diminuzione dell’afflusso di turisti stranieri e non (e quindi di monete sonanti) nella Capitale, che renderebbe infruttuoso il lavoro del sindaco e della sua giunta, che già avranno a che fare con il recupero dell’immagine di una Roma resa sicuramente meno simpatica agli occhi dei viaggiatori.

Il sindaco Alemanno con un centurione, simbolo turistico della capitale

Ma forse non è neanche questa la nota più dolente. Il vero problema è che la decisione di imporre una tassa di soggiorno continua ad andare in una direzione sbagliata: quella della difesa esclusiva del proprio territorio e dei propri residenti a discapito degli interessi del Paese.
L’Italia sembra aver perso da tempo un progetto mirato al benessere sociale degli italiani stessi (o di chi semplicemente nel Belpaese ci abita), per dirigersi sempre più verso una territorializzazione di nome e di fatto. Basti pensare al fenomeno della Lega Nord, riuscita a conquistare consensi attraverso l’attuazione di politiche basate sulla volontà di secessione e federalismo, condite dalla lotta allo straniero, inteso sì come l’immigrato, ma anche come lo stesso romano “ladrone”.
Una tassa di soggiorno che penalizzi chi voglia viaggiare in una città come Roma non fa altro che acuire questo fenomeno di sfilacciamento nazionale. Quanto potranno vedere di buon occhio la capitale cittadini come quelli bolognesi, milanesi o napoletani, sapendo che per sostare nella stessa saranno costretti a spendere soldi in più, senza la certezza di avere servizi maggiori?

E’ strano che proprio nell’anno in cui si festeggi il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia accada tutto questo. Sembra di essere ritornati al tempo dei comuni, o meglio a quello delle poleis greche: piccole città che si autogovernano facendosi spesso la guerra tra di loro, senza minimamente essere interessati al bene nazionale, ognuna intenta a difendere il proprio guscio senza preoccuparsi di cosa accade attorno.
Oggi abbiamo poleis italiche che tentano di creare stati indipendenti. O fanno pagare tasse ai turisti.
Sembra quasi il celebre sketch di Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere: “Chi siete? (turisti) Cosa portate? (vantaggi per Roma) Si, ma quanti siete? (tanti, ancora per poco) Un fiorino (da 1 a 3 euro).”
Per una commedia tutta italiana.

Andreas Marcopoli

 

Articolo scritto per FuoriLeMura il 3/01/2011 e consultabile qui

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