Il mito Bearzot e gli azzurri di Lippi: storie d’Italie campioni del mondo

Posted on aprile 10, 2011

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Bearzot festeggiato dai giocatori dopo la vittoria del mondiale dell’82

Zoff, Bergomi, Cabrini, Collovati, Gentile, Scirea, Oriali, Tardelli, Conti, Graziani, Rossi. Chi era giovane nel 1982 non può non ricordare a memoria e in rapida successione tutti questi nomi. Nomi ai quali, da qualche giorno, manca proprio quello più importante: Enzo Bearzot, spentosi martedì scorso all’età di 83 anni. Un’intera generazione di italiani era nel pieno della giovinezza quando l’Italia divenne campione del mondo nel 1982 in Spagna. Quella stessa generazione è oggi composta dai padri di quei ragazzi che hanno invece vissuto il più recente successo mondiale del 2006, con gli azzurri capitanati da Marcello Lippi a trionfare nella notte di Berlino. Padri e figli. Bearzot e Lippi.

Sembra quasi che le due Italie mondiali del 1982 e del 2006 raccontino spaccati di vita diversi, si aggancino a generazioni contrastanti. La prima, incarnata dalVecio Bearzot, sembra l’Italia del posto fisso, la patria del lavoro sicuro: il buon vecchio Enzo che rimane per ben 11 anni alla guida degli azzurri simboleggia una stabilità che oggi sembra perduta. E lo si vede nell’Italia campione del mondo del 2006, con Lippi che siede per due anni in panchina, vince e se ne va. Torna per altri due anni, perde e se ne va. Quasi una controparte calcistica della flessibilità e della precarietà che affligge la generazione di oggi. Quei figli naufragati nel mare dell’incertezza, che ancora oggi non riescono ad essere compresi appieno dai propri genitori.

Bearzot e Lippi insieme nel maggio 2006: quasi un passaggio di consegne

L’Italia Mundial del 1982 è anche quella che va avanti grazie ai lampi di Paolo Rossi, capocannoniere del torneo con 6 gol. Appena uscito da un caso di calcio-scommesse e non in perfetta forma fisica, Rossi è invece accolto da Bearzot, che si affida proprio a lui per provare la scalata mondiale. Un inizio difficile, poi il finale che conosciamo già: il genio del singolo e la classe del campione fanno sì che l’emarginato diventi eroe.
Sembrano tratti di fiaba da sogno piuttosto che di concreta realtà.
Niente eroi, né fiabe per l’Italia di Lippi, ma solo un fermo credo nel gruppo: pochi colpi di genio, ma una forte compattezza di squadra. Granitica e rocciosa, con gente che bada al sodo piuttosto che al colpo di classe. Nell’Italia odierna, dove il materialismo dilagante ha spesso sostituito il candore del sogno, forse non si sarebbe potuto fare altrimenti.

Un’ Italia italiana quella di Bearzot, con tutti i giocatori nati e cresciuti nello stivale. Un’Italia piùstraniera quella di Lippi, che, nella cavalcata vincente del 2006, incorporava tra le sue fila l’oriundo Camoranesi, e si apprestava ad accogliere, con o senza Marcello, il nero Balotelli, il brasiliano Amauri, l’americano Rossi e l’argentino Ledesma. Simboli della globalizzazione odierna, del mescolamento delle culture e, perché no, anche dell’immigrazione, tema quanto mai attuale al giorno d’oggi e forse neanche lontanamente preso in considerazione durante i fasti spagnoli del 1982. Quando i padri pensavano piuttosto che gli immigrati fossero loro e non gli altri. Quegli altri che alcuni figli ancora oggi, nonostante li vedano con la maglia azzurra addosso, fanno fatica ad accettare.

Pertini e Bearzot (entrambi sulla destra) che giocano a carte sul volo di ritorno da Madrid

Enzo in fondo ci lascia un vuoto difficile da colmare. La sua vita è stata segnata da una morale etica prima ancora che da una vittoria sportiva, da una quiete “leggerezza dell’essere” che si può ritrovare nell’immagine della sua partita a carte col presidente Pertini, sull’aereo di ritorno da Madrid, con tanto di coppa in mano.
Uno squarcio di tranquillità così estraneo al mondo caotico odierno, che gira in fretta senza fermarsi mai.
Bearzot non è solo un campione del mondo che se ne va. Con lui si perde un’Italia intera. Con lui si perde un pezzo di storia, una generazione di padri che ancora oggi non riesce a capire appieno i propri figli.
Quei padri che rimangono sorpresi, quasi stizziti, quando sentono i loro ragazzi gridare forte il nome dei propri campioni, ricordati a memoria e in rapida successione: Buffon, Grosso, Zambrotta, Cannavaro, Materazzi…

Ciao Enzo, a noi, figli dei padri, piace salutarti così: “Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo…”

Andreas Marcopoli

Articolo scritto per FuoriLeMura il 27/12/2010 e consultabile anche qui

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Posted in: Articoli, Sport